
http://saveendgame.com/
Pur non potendomi affatto definire uno scacchista (ho imparato le regole da piccolo, in famiglia, ma le mie abilità a riguardo non sono mai state superiori a quelle che ho negli sport) non ho potuto fare a meno di apprezzare l’atmosfera che si respira nel bel serial canadese Endgame (in cui la parte che Patrick Jane ha in The Mentalist, o Cal Lightman in Lie To Me qui la porta avanti un ex campione del mondo di scacchi, tale Arkady Balagan, geniale quanto arrogante, autorecluso in un hotel dopo l’uccisione della sua fidanzata a causa di un attacco di agorafobia). Serial che ha visto un paio di giorni fa concludersi la prima stagione e che probabilmente non riuscirà ad averne una seconda. Destino non nuovo, certo, a tantissime ottime serie televisive (non ultime Happy Town o Flash Forward), ma che in questo momento non è ancora certo, appeso (forse) anche al filo della mobilitazione on-line.

Che dire? Se (dopo magari un rapido giro sul sito ufficiale (http://www.showcase.ca/endgame/) la cosa vi sembra interessante, e avete qualche amico all’estero, beh, sappiate che forse non gli farete un torto con un po’ di spam con il link della “petizione” – sperando che possa contruibire a tenere al lavoro, unito, il bel cast di questo telefilm.

Tra i film che ho visto in questo ultimo periodo, e che ho trovato belli, posso sicuramente annoverare anche The Adjustment Bureau (di George Nolfi, proposto in Italia con il titolo meno efficace de I guardiani del destino). Una cosa che non sapevo prima della visione è che è stato (in qualche modo) tratto da un racconto di Philip K. Dick (uno dei miei autore preferito) – racconto che non avevo (credo) mai letto e che non ho trovato in nessuna delle antologie che ho a casa. Sono cmq riuscito ad accedere al breve testo (Adjustment team – diventato secondo wiki Squadra riparazioni nella nostra lingua) e devo ammettere che Nolfi ha fatto davvero un ottimo lavoro. Pur essendoci parecchio del cuore del testo di Dick, la storia è davvero differente, ed è molto più adatta per la resa cinematografica. Il racconto è bello, ma un minimo naif e ha una struttura temporale molto ridotta, mentre il film spazia, e bene. Una curiosità: il Summoner del racconto originale, che si addormenta perdendo l’attimo e facendo iniziare tutto, è un cane. Nel film è invece, probabilmente per sottolinearne la diversità per altri aspetti, l’unico Clerk di colore che si vede. Una nota: Nolfi mi sa che ha visto Fringe :-) perché tra i clerk e gli osservatori c’è più che qualche aspetto estetico in comune.
Sia come sia, se vi capita, non perdetevi nessuna delle due cose – né il film (con un Matt Damon più che apprezzabile, nonostante quello che può averne detto Obama) sia, ovviamente, il racconto del maestro di Chicago.

La notizia non è proprio dell’ultima ora, ma io ho iniziato a vedere locandina e qualche micro trailer solo da pochi giorni e sono piuttosto contento. In questi anni avevo avuto il piacere inatteso di gustare in versione cinematografica sia Il leone, la strega e l’armadio (uno dei libri che mi avevano folgorato da ragazzino) sia A Scanner Darkly (un altro dei libri che mi hanno fatto sognare, anni dopo l’opera di Lewis) ma credevo che nessuno sarebbe riuscito a portarmi sullo schermo anche le avventure uno dei miei fumetti preferiti, Tin Tin, complice l’atmosfera retrò già negli anni 70-80 delle ambientazioni, le situazioni spesso surreali che si incastrano con l’azione più avventurosa, e il fatto che il personaggio, anche se fa a cazzotti ancora più di Martin Mystere, è un buono puro, in un mondo in cui anche i supereroi non possono prescidere dalle ombre. Sul discorso ambientazioni e tono l’uscita di Adele (basato sull’omonimo personaggio a fumetti francese) mi aveva, da questo punto di vista, stupito molto. E così, contro ogni mia previsione, alla fine, ecco, i rumors di tanti anni sono diventati qualcosa di davvero tangibile, e con Spielberg e Jackson alle spalle. Ora non mi resta che attendere per vedere quanto del mio eroe (e del suo fido Milou) ci sarà davvero in questo visivamente stupefacente eroe dal lungo cappotto e dall’inconfondibile ciuffo. Ma non riesco a non essere ottimista.

Pochi giorni dopo la messa in onda della prima puntata della seconda serie di Warehouse 13, ecco che SyFy Channel ci propone un nuovo serial: Haven. Un poliziotto che non sente dolore, un solitario agente dell’FBI (ma non dovrebbero andare in giro sempre in coppia?), e un paesino, nel Maine, in cui le cose sembrano essere parecchio strane, il tutto condito con qualche richiamo a Colorado Kid (romanzo breve by Stephen King, in qualche modo collegato a questo telefilm, anche se non vi so proprio dire come, almeno per ora), beh, questo più o meno è l’elenco di ingredienti utilizzati. E devo dire che, complici anche i bei dialoghi, i tanti personaggi sopra le righe e la bella fotografia, ciò che ne viene fuori risulta davvero essere gradevole e coinvolgente. Come proseguirà la storia non è chiaro (l’unica cosa certa è che sono in programma tredici puntate), ma tenendo conto che anche King stesso dovrebbe essere stato coinvolto nella stesura della sceneggiatura (a detta della E1 Entertainment) credo possiamo aspettarci qualcosa di memorabile. Cosa più che auspicabile, in un momento in cui siamo rimasti orfani, per vari motivi (ascolti, principalmente) di troppi ottimi “nuovi” titoli (tra cui Happy Town o Flash Forward) e in cui anche alcune serie storiche hanno chiuso i battenti (Lost e 24, giusto per citarne un paio davvero rilevanti).

The Gates
In un periodo in cui è un auge tutto quello che parla di vampiri e lupi mannari l’ABC non poteva certo non includere nella sua nuova produzione anche qualcosa con, guarda te, vampiri e lupi mannari. Aggiungendoci comunque altro (streghe, almeno, poi si vedrà), il tutto mixato con tematiche assolutamente teen. L’idea è comunque interessante e il tutto non si presenta necessariamente come qualcosa rivolto solo ai giovanissimi: The Gates è una piccola comunità in cui vivono, insieme a persone normali non a conoscenza della cosa, creature soprannaturali, che hanno accettato di vivere dissimulando al mondo la loro natura. Lo scopo di questo paesino, all’apparenza assolutamente ordinario, è quello di “proteggere” queste creature dal mondo esterno, a patto chiaramente che il loro stile di vita sia più tranquillo possibile. L’arrivo della famiglia di Dylan Radcliff, nuovo sceriffo, in” fuga” da Chicago, porterà più di qualche instabilità in questo sistema collaudato, e le cose inizeranno presto a diventare complesse.
Questo serial, che si colloca a metà di vari generi diversi, mi ricorda parecchio Meadowlands, ma con meno follia e qualche potenzialità in più. Anche se forse l’indiretta concorrenza con Pretty Little Liars – dovuta ad alcune tematiche comuni, non certo per similitudine di trama – potrebbe portare, sulla distanza, qualche difficoltà di tenuta ascolti.

Se avete voglia di guardare un bel serial leggero, in cui ritrovare una miriade di facce note, beh, vi consiglio di dare una chance a Scoundrels. Nuova produzione ABC, basato su una serie neozelandese che non conoscevo (credo di non conoscere nessuna serie neozelandese, in effetti), che segue le gesta di una famiglia con una tradizione di piccoli crimini (mai droga, mai violenza, o almeno questa sarebbe la loro regola), il cui capofamiglia “Wolf” (David James Elliott) inaspettatamente finisce alla fine in carcere, condannato a cinque anni.
La moglie, Cheryl (alias Virginia Madsen), con tre figli grandi da gestire, scossa da questa situazione (si aspettavano una detenzione di pochi mesi), e stanca del continuo contatto con la polizia locale, decide di dare una svolta alla vita della famiglia, imponendo a tutti una vita onesta. Ma questo non sarà troppo apprezzato nè da Wolf, nè dal sergente Mack (Carlos Bernand, più noto come Tony Almeida di 24), con tutte le conseguenze del caso. I due episodi trasmessi fino a oggi sono abbastanza divertenti, e i personaggi (anche se incapsulati un po’ in ruoli da macchietta) promettono una certa complessità. Vedremo se questo sarà abbastanza perché la cosa non chiuda dopo qualche altro episodio.
Ah, giusto per cronaca, tra i tanti personaggi che ci fa piacere rivedere possiamo citare l’ex 4400 Patrick Flueger (nel doppio ruolo di Logan e dell’irriconoscibile Cal) e la bella Dina Meyer (che abbiamo avuto modo di apprezzare in parecchie serie, anche solo in questi ultimi anni)
Se eravate fan di Twin Peaks, e siete rimasti incollati alla poltrona per Harper’s Island, forse la nuova serie della ABC chiamata Happy Town fa al caso vostro. Un gradevole mix di intrighi, omicidi e (almeno ad una prima apparenza) soprannaturale, fanno di questa produzione (partita il 28 aprile e al momento alla quarta puntata) qualcosa di molto stuzzicante. Come nei due telefilm citati ci troviamo davanti un gran numero di personaggi con cui giocare, e una intera città, con un passato oscuro che ritorna, portandosi dietro la figura di Magic Man, abile a far sparire nel nulla le persone.
Difficile, con così tanta gente in scena, capire chi è il vero protagonista di Happy Town, se la bella Henley Boone che è in città con una missione da compiere, o il giovane sceriffo Tommy Conroy, o l’affascinante Merritt Grieves, con le sue memorabilia. Ma è facile trovare più di qualcuno a cui affezionarsi – o qualcuno da trovare antipatico o bastardo. Clima perfetto quindi, per qualcosa che può solo crescere e crescere ancora. Sempre che gli ascolti non facciano scherzi, bloccando sul nascere quello che ci si può davvero aspettare essere uno dei cavalli da guerra del mondo “post Lost“.
Sito ufficiale: http://abc.go.com/shows/happy-town

Persons Unknown
L’americana NBC giusto qualche giorno fa ha proposto sul piccolo schermo il pilot di una serie che sembra essere molto promettente: Persons Unknown. A metà tra “Il Prigioniero” e il più classico gioco d’avventura (strizzando anche l’occhio ai reality), questo telefilm inizia mostrandoci un gruppo di persone (non legate tra di loro, di diversa estrazione sociale e città di provenienza) che si svegliano in una stanza d’albergo che non hanno mai visto senza sapere esattamente come sono state portate lì. Dopo aver risolto il primo enigma (come uscire dalla stanza – chiusa a chiave) si accorgeranno di trovarsi in una microscopica città – da cui non possono però scappare.
L’atmosfera – complice la composizione del gruppo eterogeneo, e il cast che sembra davvero azzeccato – è carica di mistero e tensione, e se lo svolgimento non si limiterà a proporre piccole missioni da risolvere ma giocherà con una struttura più ampia (ed è plausibile che capiti – tenendo conto che un po’ di background “esterno”, relativo ad uno dei personaggi femminili, è già in moto) ci si può aspettare un piccolo (13 puntate previste) capolavoro.
Note: qualcosa (mi auguro sia solo qualcosa, però) ricorda vagamente Dollhouse (intendo,il giornalista esterno – che fa il verso al tipo dell’FBI – e il fatto che anche la casa della mamma di una dei rapiti sia “controllata” qualche piccolo richiamo lo fa…), e qualcos’altro ricorda invece un altro telefilm (di cui al momento non ricordo il nome) in cui tutti gli abitanti di una cittadina erano in realtà in protezione testimoni.
Non cito – tra le similitudini – ovviamente né Truman Show né Time out of Joint perché in nessuno di questi due casi c’era – inizialmente – consapevolezza… ma l’idea della città “chiusa” un po’ rimanda anche a questi due titoli…

Se siete fan di Stephen King e di Lovecraft sapete probabilmente che nell’antologia Incubi e Deliri c’era un racconto (Crouch End, appunto) in cui il re dell’Horror si dilettava a fare apparire nell’omonimo quartiere di Londra un po’ di personaggi tratti dall’immaginario del maestro di Providence. Ebbene, forse vi interesserà sapere che l’analogo episodio nella serie TV Nightmares and Dreamscapes – pur con tutti i limiti che qualche volta possono avere le produzioni TV – non è affatto male. Lo svolgimento è parzialmente “girato” rispetto a quanto proposto da King nel racconto, nel senso che, fatto salvo un brevissimo momento di introduzione, tutto è mostrato con gli occhi della coppia che si trova a girare per una Crouch End “shiftata”, mentre, se non ricordo male, nel racconto la vicenda era proposta come dialogo, narrata dalla moglie ai poliziotti.
Questo comunque aiuta a tenere alto il ritmo e alla fine i quaranta minuti di girato si rivelano essere abbastanza “potenti” da far suscitare più di un brivido, mentre la realtà si spezza progressivamente e l’elegante coppia di sposini inizia a trovarsi di fronte nemici impossibili da sconfiggere. I punti deboli (certe scelte di regia che affidano ad effetti video il compito di alzare la tensione e qualche effetto speciale troppo plasticoso) non tolgono a questo episodio (uno di otto) il valore che gli deriva dalla narrazione (in questo caso neppure troppo originale, ma qui è appunto l’arte che sa come rendere valido anche ciò che potrebbe essere cliché) di Stephen King.