Tutto su Stephen King

Se siete fan sfegatati di Stephen King, e se avete davvero un certo budget da spendere (o avete qualcuno che – per farvi un regalo – è disposto a spenderlo per voi) sappiate che c’è qualcosa in giro di davvero unico: Tutto su Stephen King. Un librone – uscito per le Sperling&Kupfler l’anno scorso prima di Natale, che non si limita a proporre una bella biografia autorizzata sul Re dell’Horror mondiale, o a fornirvi un ottimo e intrigante reportage fotografico – con foto di lui in vari momenti della sua vita – ma aggiunge a tutto questo le copie di parti dattiloscritte delle opere di King – in molti casi con note a margine. Intendo: avrete l’equivalente di ciò che è uscito dalla sua macchina da scrivere (i primi lavori non erano certo realizzati con il computer) con magari i segni della moglie sulle parti da modificare, o con osservazioni e commenti scritti a mano da lui (tutto rigorosamente in inglese, ovvio, anche nell’edizione italiana). Un qualcosa da veri appassionati, in un bel formato gigante che probabilmente non starà bene con nient’altro nella vostra libreria. Uno di quei libri di cui parlare agli amici, sbavando, senza che gli amici capiscano il motivo della vostra bava. A meno che non siano anch’essi appassionati lettori di King – e in quel caso tenterete qualunque stratagemma per togliere dalle loro grinfie le delicate copie dei vostri dattiloscritti, guardandoli comunque con apprensione anche quando sfoglieranno il resto, per paura che lascino impronte sulle tante, bellissime foto.

Vale 40 euro questo libro? Difficile dirlo. Non credo che l’avrei comprato – ma è stato un regalo davvero gradito. Chiaro, ora costa un po’ meno di quanto costasse lo scorso anno (non troppo meno, sappiamo TUTTI perché…) – ma se siete fan, ma non volete investire così tanto in una cosa del genere, beh, sappiate che è facile che anche la vostra amata biblioteca pubblica possa averne una copia da portare a casa, per sognare un po’.

WMI e Mondadori

Avevo avuto questa spettacolare news (l’autorevole Writers Magazine Italia è stata incaricata della selezione di testi per alcune delle collane proposte in edicola della Mondadori) tramite facebook – ma quello che potete leggere di seguito è il primo mail “ufficiale” di come la cosa sta funzionando. Inutile dire che si deve fare tanto di cappello a questa realtà che da anni si sta muovendo nell’ambito della produzione di letteratura (e nello studio del fenomeno stesso della produzione) – ma so che di lodi ne hanno già così tante che la mia sarebbe solo un orpello in più. Sia come sia, se scrivete letteratura di genere, e se volete una chance di pubblicazione importante, vi invito a continuare a leggere quanto riporto – e a fare in autonomo le vostre valutazioni. In bocca al lupo :-)

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Il Bel Tempo – Joe Matt

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La Coconino Press (una delle case editrici italiane che si occupano di fumetti di cui ho più materiale a casa) si è occupata della pubblicazione in italiano di un’opera di Joe Matt (più noto per il sempre autobiografico PeepShow). Un’opera interessante, curiosa, sfrontata, che ci propone l’infanzia dell’autore – in un America anni 70 che si vede appena tra le righe – facendo capire a tutti che chi si occupa di fumetti normalmente qualche problema, anche solo comportamentale, è probabile che ce l’abbia :-)

Seguire le vicende del biondo occhialuto Joe, terrorizzato dai germi, spaventato dai bulli, ma pronto a ridere di altri meno fortunati di lui, o a “tradire” gli amici senza pensarci troppo (se c’è una contropartita ritenuta interessante), o ancora a trattare a pesci in faccia la mamma e il papà, lascia uno strano gusto in bocca. Si apprezza l’esasperata sincerità (il giovane Joe faceva ancora la pipì a letto ad una età in cui forse un altro genitore avrebbe consultato uno specialista), ci si gode un po’ quell’essere poco più di bimbi in una atmosfera che più che la nostra ricorda quella dei film, si studia volentieri il gioco delle immagini e le sequenze.

Un opera strana ma intrigante che forse sa far riflettere (su se stessi, sul mondo, sui propri ricordi) di quanto ci si potrebbe aspettare in un primo momento.

Drive

Drive 2011

Il protagonista de Le Idi di Marzo (Ryan Gosling) si è cimentato, sempre nell’ormai scorso anno, in un altro film che ha ottenuto critiche molto positive (93% su RottenTomatoes), intitolato Drive. Diretto dal danese Nicolas Winding Refn, qui Gosling non ha a che fare con la politica, ma con la mafia. Il protagonista – senza nome – driver-by-nature, ottimo stuntman e buon meccanico di giorno, arrotonda facendo da autista free-lance per rapine. Ma proprio quando le cose potrebbero iniziare a diventare più interessanti per lui (avrebbe infatti l’occasione di fare il pilota di NASCAR) qualcosa accade e tutto comincia ad andare in modo imprevedibile.

Impressionantemente simile, come sguardi e recitazione a Ben McKenzie (Ryan in The O.C.) in Southland, il protagonista si innamora della vicina di casa Irene (Carey Mulligan, Brigid in Walking Dead) e questo rompe il suo distacco nei confronti di ciò che lo circonda, finendo inevitabilmente nei guai.

Il film, tratto dall’omonimo romanzo di James Sallis, è ben strutturato. La violenza, che a tratti domina alcune scene, è resa normale e inevitabile da una progressione (vagamente) simile a Breaking Bad, con cui condivide lunghe scene di silenzi, momenti di attesa, dialoghi minimali ma carichi di atmosfera. Una storia abbastanza semplice, con risvolti forse non troppo originali, che diventa epica però nell’insieme. Per i personaggi, per la regia, per la notte e le giornate in una Los Angeles non Hollywoodiana. Che affascina e ricorda altri posti e altri film, facendo procedere il tutto in un ambito piacevolmente noto, mentre tutto diventa sempre più cupo e tragico. Senza quasi un motivo, o almeno senza uno reale. Bad luck, dice Bernie Rose quasi in finale. E quello sembra infatti. Solo cattiva fortuna.

Una nota merita poi Ron Perlman, qui in una parte sgradevole e importante. Perfettamente nel ruolo, con quel viso particolare, che ho avuto modo di vedere per la prima volta (credo) ne Il nome della Rosa, e che non avevo riconosciuto in HellBoy (dove è protagonista), è un malvivente credibile e un ottimo contralto per Bernie, suo socio.

The Adventures Of Tintin: The Secret of the Unicorn (PC)

Se siete, come me, appassionati lettori delle avventure di Tintin (creato dal belga Hergé) e avete avuto modo di godere della trasposizione cinematografica de Il segreto dell’unicorno, notando le tante (ma gustose) differenze con il testo originale, sappiate che c’è modo di rivivere la stessa avventura, ancora in modo diverso, grazie alla versione videogame.

Affascinato dal genere (ed è il motivo per cui per hobby mi dedico a produrre piccole cose in questo settore dell’informatica) non posso certo definirmi né un esperto né una persona aggiornata sulle tante novità in uscita, quindi il fatto che io abbia apprezzato parecchio le ore dedicate a questo prodotto non garantiscono certo che il gioco abbia un livello qualitativo all’altezza dell’anno di uscita. Ma, se la mia opinione come utente vi può comunque interessare, io vi posso dire che ho trovato questo platform 3D (per la maggior parte del tempo visto cmq di lato, come se fossimo in 2d) davvero divertente e ben fatto. I personaggi sono trasposti in modo ottimo (il confronto è con la versione cinematografica) e le animazioni, le battute, gli stacchi sono tutte perfettamente in linea con le attese.

Leggendo qualche recensione in giro potrete notare che c’è chi ha trovato il gioco monotono (ma non lo sono quasi tutti i platform – se non si amano i platform?), chi l’ha definito una realizzazione rivolta solo ai bambini, chi l’ha trovato vecchio. Ma se su quest’ultimo aspetto – come accennavo all’inizio – non posso esprimermi (sul mio computer girava ottimamente – quindi immagino sia considerabile un gioco “leggero” – di sicuro non adatto solo a PC da gamers), sugli altri due punti forse posso spendere qualche parola. Discorso “bambini”: la trama è una gradevole deviazione rispetto al fumetto e al film. Quindi è per bambini solo se lo sono anche le altre due versioni, e io non credo. Il 12 sulla custodia poi mi fa pensare che questa sia pure l’opinione del produttore – anche se nel videogioco l’alcolismo del nostro buon capitano Haddock è totalmente assente e credo che il problema sia che i personaggi fanno a cazzotti (!) tutto il tempo o quasi.

Sul discorso “monotonia” posso invece dare parzialmente ragione a chi lo afferma. Anche se chi ha realizzato il gioco ha messo un po’ di tutto a disposizione del player (guideremo un aereo e un sidecar, correremo, salteremo, tireremo cazzotti, useremo la spada e nuoteremo, e oltre al simil2d avremo aree in cui ci sarà un movimento 3d libero, le ambientazioni sono tutte ben fatte e differenti) questa NON è una avventura grafica, ma un platform. Un gioco arcade, che ha una buona percentuale del tempo di gioco legata ad un “sano” corri e salta. Se questo tipo di attività è ormai (per voi) qualcosa legata al passato a 8 bit, e ora volete stimoli multisensoriali, questo gioco probabilmente non fa per voi.

Se invece non avete smesso di amare Prince of Persia o Mario Bros, e volete giocare a qualcosa che derivi (blandamente) da quegli schemi, per espanderli in direzione del cinema / dei cartoni animati, questo potrebbe essere un buon acquisto. Io ho finito il gioco in 5-6 sedute (se non ricordo male) – ma oltre alla modalità storia c’è anche un’area solo arcade – e ci sono molti contenuti (foto/filmati) da sbloccare, che possono invogliarvi a rigiocare a qualche quadro, anche quando avrete concluso il tutto. Un bel passatempo, a mio parere, che consiglio a tutti, ma forse un must solo per veri appassionati del giornalista con il ciuffo.

American Vampire

Quanti di voi sanno che Stephen King è il coautore di un fumetto che parla di Vampiri E di CowBoys? Pochi direi, tenendo conto che quest’opera, per quel che so, è disponibile al momento solo in lingua inglese.

Se questo aspetto però non vi frena, e nel caso questa notizia non vi fosse già arrivata, vi consiglio di dare una occhiata in rete – eventualmente anche direttamente sul sito della Vertigo – perché l’ambientazione, il disegno e la storia meritano. King entra come secondo autore su un’opera di Scott Snyder che, grazie alla maestria di Rafael Albuquerque, ci catapulta in un’America remota – sviluppata su due piani temporali distinti, gestiti separatamente dai due autori – dove le colt e i fucili sono all’ordine del giorno, e dove, insieme ai “nostri” vampiri europei (ricchi e decadenti) iniziano ad esserci nuovi vampiri, americani, frutto di una evoluzione della specie. Vampiri cattivi, famelici, poco (molto poco) sberluccicosi. Dalle fattezze (quando si rivelano) allungate e animalesche, pensate per incutere terrore e morte.

L’idea di una nuova razza non è davvero male, perché ci permette di vedere reinventata la mitologia di questi esseri – contrapposti con la loro versione “nota”, non per questo non letale e potente. Ma ancora di più rende l’idea del vampiro che deriva da un fuorilegge del West (Skinner Sweet) o da una ragazza in una Hollywood anni ’20 (Pearl Jones) che scoprirà che non tutti i personaggi che si muovo intorno al mito del grande schermo sono esattamente essere umani, perché entrambe queste figure permettono di mettere su carta qualcosa di molto originale e intrigante.

Tenendo anche conto del prezzo contenuto del primo volumetto non posso che consigliarvi di dare una chance a questa uscita – non fosse altro che per il contributo di Stephen King o, ancora più importante, del fatto che la serie si è già aggiudicata un bell’Eisner Award.

Sherlock Holmes: A Scandal in Belgravia

E così, con un leggero ritardo sullo scheduling annunciato, anche il serial TV dedicato al detective nato dalla mente di Sir Arthur Conan Doyle è ricominciato. E la seconda stagione si è aperta con un episodio piuttosto interessante, intitolato A Scandal in Belgravia. Non vi dirò come continua la scena in piscina con Moriarty (che chiudeva la terza puntata della season one) ma come era prevedibile qualunque cosa capiti non impedisce al nostro eroe (l’ottimo Benedict Cumberbatch) di affrontare un nuovo e intricato caso – che vede tra l’altro coinvolta la Regina, la CIA e tale Irene Adler (Lara Pulver), dominatrix per passione e professione, che saprà stimolare un lato di Holmes che non avevamo ancora visto.

Gli attori, anche in questa nuova avventura, sono in grado di tenere egregiamente il ruolo loro assegnato, e l’ambientazione moderna (ricordo che questa Sherlock è ambientato nella Londra odierna, e che Watson, impersonato egregiamente da Martin Freeman, racconta le avventure del suo compagno sul suo blog) è davvero intrigante da confrontare con quella classica. Chiaro, il paragone con la recente uscita sul grande schermo è inevitabile, e anche se i protagonisti e la regia di Gioco d’ombre sono superiori, tutto si può dire fuorché che questa serie abbia problemi a tenere il passo. Anche qui siamo di fronte ad un prodotto di altissimo livello, frenetico, ben orchestrato, memorabile. Qualcosa non proprio per tutti (ogni tanto è davvero difficile comprendere tutte le implicazioni in quanto si osserva e qualche scena viene voglia di guardarla al rallentatore), ma da valutare assolutamente, certo, se i gialli e le spy stories proprio non sono oltre il vostro gusto.

Ah – un’ultima piccola curiosità: Freeman (Watson) sarà Bilbo Baggins nel film (di Jackson, in prossima uscita) The Hobbit. Nello stesso film ci sarà (con una parte minore) anche Cumberbatch (Holmes).

Neonomicon

Tra le tante ottime cose che ho ricevuto per Natale nell’ambito fumetti merita sicuramente una menzione speciale Neonomicon, firmata dall’eccelso Alan Moore, insieme a Jacen Burrows. Questa miniserie in Italia è uscita in un unico volumetto che narra le vicende di alcuni agenti dell’FBI che indagano su una strana sequenza di omicidi – in apparenza rituali e simili – compiute da persone senza un evidente legame tra di loro, che non si conoscevano.  H. P. Lovecraft non è solo una “scusa” per una bella graphic novel soprannaturale, ma, nonostante l’ambientazione attuale, è, con il suo immaginario, lo spirito di tutto quello che c’è. Ritagliato in chiave moderna, per così dire “aggiornato” , c’è infatti parecchio di quanto conosciamo degli incubi dello scrittore di Providence, ed è grazie a questo pregresso, a questa conoscenza che già abbiamo, che in sole 160 pagine Moore riesce a consegnarci una vicenda spaventosa, emozionante, dal ritmo irregolare, e con un finale davvero bello. Non abbiamo le ambientazioni isolate e “nebbiose” dei libri originali, alcune delle chiavi della storia (sesso e droghe) sono un’elaborazione abbastanza originale di quanto sotteso nei racconti, ma tutto si appoggia davvero bene alla mitologia lovecraftiana tanto da aggiungere a questa molti spunti che credo potranno essere ulteriormente sviluppati in altre narrazioni future. Last but not least, *questo* testo è pronto per una trasposizione cinematografica (con un bravo regista e un bel po’ di soldi) non necessariamente adatta solo agli appassionati del genere. Chissà che, dopo tante cose gradevoli ma per lettori, non si riesca quindi ad avere finalmente qualcosa di “grande” – per il cinema – dedicato all’importante lavoro di questo eccezionale scrittore del novecento, dopo che tanto è stato trasposto egregiamente per altri media.

Prince of Persia – Le sabbie del tempo

Tra le tante (forse troppe) opere cinematografiche che derivano da videogiochi ce n’è almeno una (uscita nelle sale nel 2010) che è stata in grado di ottenere un buon successo di pubblico senza tradire troppo l’ambientazione su cui è stato ricavata. Questo film, diretto da Mike Newell (regista anche di Harry Potter e il Calice di Fuoco) ha una storia indipendente dall’omonimo episodio della saga di Prince of Persia (videogame), ma riesce ad agganciarsi comunque a vari punti della trama “originale” e a veicolare (grazie alle scelte di ripresa, e alla plasticità dei tanti salti e combattimenti di DastanJake Gyllenhaal) il feeling da joypad a tal punto che spesso, durante la visione, si ha quasi un tic nervoso col pollice alla ricerca del pulsante “salta”.

Anche in questo film le riprese d’ambientazione – soprattutto della città di Alamut – sono mozzafiato, e la cura nei combattimenti e negli effetti speciali fornisce allle scene d’azione quella frenesia ormai consolidata che ci si aspetta da un prodotto di questo genere.

Gli attori sono poi tutti molto nel ruolo. Sia il protagonista (che non solo si è distinto anche nel recente SourceCode ma che si è fatto sicuramente amare come Donnie in Donnie Darko), sia la bella principessa di Alamut (Gemma Arterton – Fields in Quantum of Solace) sia, infine, l’ottimo Ben Kingsley, qui con un ruolo non proprio Ghandiano.

Bello, anche se forse un po’ prevedibile il finale, ma probabilmente migliori vari altri momenti durante lo svolgimento della storia, nonostante l’altalenante ruolo dei fratelli e la parte più “comica” che, a mio parere, ricorda qualcosa di Guerre Stellari.

Se non avete avuto modo (magari anche per scelta) di vederlo sul grande schermo quando è uscito, la visione in DVD o BluRay – in questo momento di feste – può regalare un paio d’ore di relax senza lasciare in bocca nessuno di quei fastidiosi mugugni che spesso sono inevitabili dopo qualche film del genere, quando non così curati o quando qualcosa, nell’alchimia che devono avere tutti gli aspetti di queste produzioni, è stato semplicemente preferito al resto.

Sherlock Holmes – Gioco di ombre

A circa due anni dal primo dei nuovi film su Sherlock Holmes (realizzati con l’ottima regia del di nuovo apprezzato ex-marito di Madonna, Guy Ritchie) ecco che sbanca i botteghini di Natale Gioco di ombre, godibilissimo film d’azione, ispirato molto alla lontana a L’ultima avventura by Arthur Conan Doyle. Robert Downey Junior e Jude Law, entrambi in ottima forma, si muovono in lungo e in largo in una Europa prossima alla guerra, cercando di fermare i piani del machiavellico Professor Moriarty (Jared Harris), aiutati dalla bella zingara Simza (interpretata dalla stessa attrice – Noomi Rapace – che ha reso indimenticabile la trilogia Millenium – almeno nella versione NON americana). Come nel primo film una nota speciale va alla fotografia (le ricostruzioni d’epoca di Londra e Parigi sono spettacolari) ma ancora di più rispetto alla prima prova il gradevole mix tra azione ironia e aspetti investigativi riesce a tenere alto il livello di attenzione dello spettatore, facendo scivolare via le più di due ore di narrazione visiva senza mai un momento sotto tono. Buoni gli effetti speciali, studiata la sceneggiatura, azzeccate le battute. Chiaro, qui abbiamo uno Sherlock Holmes che fa in qualche modo il verso (quasi) a Mission Impossible e le scene di combattimento (esaltate da sapienti momenti di movimento non lineare – in bullet time) magari non piaceranno agli amanti di versioni più classiche – ma contrariamente ad altre rielaborazioni (come ad esempio quella a Serial – prodotta dalla BBC – comunque di assoluto pregio) non possiamo neppure dire che siano state prese decisioni troppo estreme, che allontanino cioè questo Sherlock da quello originale al di là di quanto accettabile per un adattamento, moderno, di un classico senza tempo.

Soldi spesi bene, a mio personale parere, quelli per il biglietto del cinema per questo film, a patto ovviamente, che vi piaccia anche solo un po’ il genere, e che siate soliti (sul grande schermo) accettare qualcosa di apprezzabile, ma chiaramente d’intrattenimento.

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