L’ultima tentazione

Ok, questa è proprio un’opera per appassionati. Firmata da Neil Gainman, basata su un soggetto di Alice Cooper (yes, proprio il cantante di Poison) collegato all’album omonimo, ed egregiamente disegnata da Michael Zulli, riesce comunque a risultare bella, ma non eccelsa. Bella perché il tratto è notevole, l’ambientazione è intrigante e i personaggi (in primis l’alter ego di Cooper – ) hanno l’aspetto e la voce che ti aspetti da loro. Non eccelsa perché la storia è quasi un classico – quindi entro un certo limite, scontata. Cioè, scontata per Gainman – intendiamoci. Scontato perché quella firma ti fa attendere qualcosa di più – anche da un presupposto come quello fornito: Steven, adolescente scontento della propria condizione, entra in contatto con l’imbornitore del Teatro del Reale, che gli offre una via di fuga dalla sua quotidianità – una possibilità di rimanere sempre giovane in un mondo alternativo. Magia e brividi in una storia in cui il finale è esattamente quello che si immagina se questo fosse un film. Bello, quindi, come un film anni 80. Ma, sì, forse non indimenticabile come invece quasi tutto il resto della produzione del grande Gainman.

La talpa

C’è un regista svedese (Tomas Alfredson, quello di Lasciami entrare) dietro alla nuova trasposizione de La talpa, noto romanzo di John Le Carré, questa volta condensato in un film per il cinema di poco più di due ore. Una trama complessa per una storia di spie seria e curata, resa ancora più imponente da un cast di grandi attori, ma, a mio parere, affogata da scelte di regia, comprensibili tenendo conto dell’obiettivo, che rendono però il tutto spesso lento e quasi sempre poco comprensibile. Non siamo davanti ad un film alla 007 – e questo ce lo aspettavamo – quindi il problema non è che i personaggi siano spie di mezza età, che non vivono per il gesto atletico ma per il sotterfugio, per l’inganno. Ma piuttosto che il gioco dei flashback, e i passaggi temporali, non siano quasi mai evidenziati in modo chiaro, e che le relazioni tra i vari personaggi si perdano in scene che trasmettono più il periodo storico (gli anni ’70) che il progredire della trama. Una storia densa, da rivedere, che sembra avere colpito molto positivamente la critica internazionale, ma che forse non è alla portata di tutti – neppure di chi come me è appassionato di questo tipo di ambientazioni, ma non ha probabilmente una cultura adeguata per collegare i puntini, durante la visione, alla velocità corretta per godersi l’opera.

Ottimo, come dicevamo, il cast, in cui si mettono in evidenza anche i più giovani, e splendide le ricostruzioni e la fotografia.

roboXcape

 

Piccolo aggiornamento: ok, dopo un po’ di ricerche in rete, il nome del gioco è passato da RoboLab (che è un trademark Lego) a roboXcape. E quella proposta potrebbe essere l’icona selezionata.

L’urlo dello studente

Più o meno un milione di anni fa (quando facevo le medie) insieme ad un mio amico gestivo quello che era un giornalino scolastico “non ufficiale”, dal titolo magari un po’ scontato de “L’Urlo dello Studente“. All’interno dello stesso, insieme a parecchi refusi, si potevano trovare brevi articoli, alcuni giochi enigmistici, qualche racconto (non sempre originalissimo) e pure dei fumetti – disegnati da me (come del resto la copertina).

Suppongo che in un mondo normale ci si limiterebbe a vergognarsi di nascosto di quanto fatto allora, buttando via le copie risparmiate dal tempo. Ma tenendo conto che siamo nell’epoca dei social media – e che vergognarsi di qualche disegno non proprio eccelso è ormai una cosa che non appartiene più al sentire comune – vedrò di proporre su queste pagine qualcosa di questa piccola produzione. Nel caso, improbabile, che a qualche curioso possa far riflettere il fatto che in tanti anni io non sia neppure riuscito a perdere i giornalini di allora :-)

Prime prove per l’icona…

…del gioco 3d che sto sviluppando insieme ad Andrea Capitani – ormai verso le battute finali – che uscirà come sempre sia per iPhone / iPad / iPod sia per dispositivi Android (cell e tablet).

Alcatraz

C’è anche la mano di J.J. Abrams dietro l’attesa nuova seria TV proposta dalla FOX, Alcatraz, e c’è anche Jorge Garcia (l’Hugo di Lost) tra i protagonisti principali. E se queste due cose, da sole, non vi sembrano un motivo abbastanza buono per dare almeno una occhiata, sappiate che le premesse per una storia con i fiocchi ci sono davvero tutte: un sacco di cattivi con uno scopo misterioso, salti nel tempo, una sezione segreta delle forze dell’ordine, un coppia di eroi bene assortita e una narrazione che procede su due piani (presente e passato).

Vi ho incuriosito? Beh, allora direi che vi posso svelare anche un po’ di background :-) : quando, nel 1963, il carcere di Alcatraz è stato chiuso non è accaduto per motivi di budget, e le persone presenti non sono esattamente state spostate sulla terra ferma. Semplicemente tutti i presenti sono scomparsi nel nulla – all’improvviso – senza un motivo comprensibile. E ora – intendo ai giorni nostri – i criminali spariti nel passato sembra che stiano iniziando a ricomparire, uno dopo l’altro. Non invecchiati di un solo giorno. E con più di un obiettivo in mente.

Vi ricorda qualcosa? Forse 4400? In effetti potete avere anche ragione, ma a dirla tutta la somiglianza è in realtà davvero ridotta. E comunque sia la base per quello che capiterà è intrigante e le cose che ci possono avere costruito sopra davvero moltissime. Se non ho capito male in realtà la maggior parte degli episodi saranno più di rintraccia e cattura che di sviluppo, come da prassi per la maggior parte dei serial in circolazione (anche Fringe o X-Files avevano la maggior parte delle puntate di “riempimento”). Ma la spina dorsale della narrazione dovrebbe comunque essere ben percepibile sempre, tenendo (si spera) altro l’interesse del pubblico, verso l’epicità che ci aspettiamo quando c’è di mezzo Abrams.

Che dire? L’inizio è promettente – e io ho sempre adorato Garcia. Ed è notevole vedere di nuovo in azione anche Sam Neill – dopo averlo apprezzato  nello splendido ma sfortunato Happy Town.

Sussi e Biribissi

Ero alle elementari quando ho letto per la prima volta questo libro, preso in prestito dalla biblioteca della scuola. Ne avevo un ricordo gradevole, ma vago, nel quale spiccavano giusto alcuni particolari (e alcuni termini, per me, bimbo, mai letti prima, come Zenith e Nadir, o Nosocomio) e quando sono riuscito a recuperarne gli estremi non me lo sono fatto sfuggire e l’ho acquistato.

Mi chiedo, a posteriori, se l’edizione che mi era finita tra le mani allora fosse identica a quella in commercio ora, o se fosse semplificata, perché, ad esempio, non ricordavo nulla dei tanti elementi regionali (Toscana) che infarciscono la narrazione. Ma immagino che sia in realtà un dubbio improprio, perché, sempre ad esempio, non avevo memoria neppure che questo racconto fosse opera di Collodi. Collodi, Nipote, però. Figlio del fratello di Carlo Lorenzini.

Comunque sia, la lettura da adulto delle vicende di Sussi e Biribissi (due ragazzini fiorentini che, colpiti dalla lettura di Viaggio al centro della terra di Verne, decidono di provare anche loro l’ebrezza del fare gli esploratori, ed entrano in una fogna) mi ha lasciato parzialmente insoddisfatto. Il tutto, chiariamoci, è assolutamente gradevole. E’ una storia per bambini, scritta ad inizio secolo, e non è per il gatto parlante (Buricchio) o per lo stile che si propone come da commedia, che sono rimasto un po’ deluso. Probabilmente nella mia memoria questa vicenda si era sedimentata diventando eroica, quando eroica, a dire il vero non è. E forse ora fatico ad accettare alcuni passaggi – che invece erano probabilmente perfetti nel periodo in cui l’autore li ha scritti, e neutri quando li ho gustati la primissima volta.

Il libro rimane comunque da consigliare, se si supera il piccolo scoglio della forma, anche solo perché fornisce più di un quadretto sociale dell’epoca che fa sorridere e riflettere (l’autore fa dire ad uno dei personaggi che è meglio non avere soldi, piuttosto che averne un po’, perché tanto poi arriva il Fisco e si mangia tutto…). Ma se nel libro cercate quelle avventure che anche la copertina promette, sappiate che potreste trovarne un po’ meno, e  diverse, da quanto siamo soliti apprezzare al giorno d’oggi.

Cinquemila chilometri al secondo

Ok, è vero, sembra proprio che io recensisca (o meglio, parli) quasi solo, per le cose in italiano, della Coconino Press. Il motivo non è che mi pagano per farlo (quando mai?) né che mi mandano loro copie omaggio per recensione (magari :-)…), ma solo che le loro edizioni sono piuttosto belle, ben distribuite, e piacciono a mia moglie (principale fonte di regali di questo tipo). Giacché cmq così è lei che mi sceglie le opere da gustare, capita spesso che io (ignorante quale sono) non conosca già alcuni degli autori che mi capitano tra le mani.

Spesso però questa cosa non è un grosso svantaggio, anzi. Perché non so infatti se avrei acquistato io Cinquemila chilometri al secondo (del giovane ma importante Manuele Fior, di Cesena) – tenendo conto che prediligo tematiche di genere. Perdendomi così una ottima graphic novel – dal tratto ad acquerello caldo e gradevole – con un plot leggero solo in superficie, che, raccontandoci di un amore che si sviluppa, contorcendosi, tra l’adolescenza e l’età adulta, ci dipinge quadri intensi e veri, che solleticano a più riprese la memoria e il sogno.

La storia di due amici per la pelle (Piero e Nicola) e di una ragazza (Lucy), del loro essere giovani insieme, dell’amore che nasce e che complica le cose, e dello separarsi, perché la vita è così, con Lucy che parte per la Norvegia e Piero, per seguire una passione che cresce a ritmi differenti, in Egitto. Per poi ritrovarsi, di nuovo in Italia, a distanza di anni. E in mezzo una telefonata, un momento in cui le cose iniziano a sedimentarsi, tra Oslo e l’Africa, con la voce che si sente in ritardo. Un secondo di delay, per via dei quasi cinquemila chilometri. Una poesia che diventa titolo.

Un testo da consigliare, premiato lo scorso anno in una importante competizione internazionale, con tavole delicate e mature, tutte da gustare.

Heat Wave

Credo che a tutti sia capitato di vedere un film tratto da un libro. E può anche essere capitato a qualcuno di leggere un libro derivato dalla sceneggiatura di un film (come Willow, giusto per citare il primo che mi viene in mente). Ma in questo caso, con Heat Wave, si va oltre, e parecchio. Perché qui si parla di un leggere un libro *scritto* da un personaggio di un telefilm. Un libro cioè che esiste (almeno inizialmente) SOLO dentro ad una fiction (Castle), scritto dal protagonista della stessa (Richard Castle). Un libro che fa *parte* della trama del telefilm (è il primo della nuova serie che l’autore scrive quando decide di imporre la propria presenza alla polizia di New York per seguirne i casi di omicidio, ispirato alla figura “reale” di Kate Beckett). Un libro quindi che propone una versione alternativa della squadra omicidi, in cui l’affascinante ma seria Beckett diventa la bella e disinibita Nikki Heat, e in cui l’autore (famoso autore di Thriller) ha Jameson Rook (famoso giornalista) come alter-ego. L’ambientazione è la stessa che vediamo in TV (New York, squadra omicidi, con un estroso esterno che segue le vicende per scriverne), e la storia ha la stessa struttura (si inizia con un omicidio, si finisce con il colpevole scoperto e arrestato). Quello che cambia è (un po’) il lessico dei personaggi e alcune delle scene a disposizione. Come si intuiva da quello che i personaggi dicono nella serie TV (e da quello che potevamo già capire anche dal titolo) qui qualche scena “bollente” c’è. Nulla di hard, nulla da tenere fuori dalla portata dei bambini. Ma abbastanza per sogghignare pensando a Beckett che legge di Heat di nascosto, un po’ vergognandosi, un po’ colpita dalla cosa. E’ un giallo/thriller che cambierà la storia del genere? No, assolutamente no. La struttura non è male, ma (almeno in italiano) sembra un po’ tirato via – come stile. E alla fine è “solo” una puntata in più della serie. Ma se la domanda è “lo consigli a qualcuno che apprezza Castle”, beh, in quel caso la risposta è assolutamente sì. La New York che si trova in queste pagine è gradevole, i personaggi sono simili ma non uguali, e non possiamo, da fan, non gradire della buona fan-fiction – scritta in questo caso all’interno della storia vera e propria. Ci sarebbe quasi da chiedersi se mai uscirà un libro firmato Jameson Rook – ma intanto possiamo gongolare un po’ sapendo che, nel caso ce ne venisse voglia, e potrebbe capitare, sono già disponibili (credo) altri due titoli by Richard Castle: Naked Heat e Heat Rises.

Ah – se qualcuno sa chi c’è dietro al nom-de-plume sarei contento me lo dicesse :-) – anche se forse è probabile che, come per la sceneggiatura direi, ci sia la mano di più di una persona.

Posizione di tiro

Carico di morte, noir, crudo e freddo, tanto coinvolgente quanto dannato. Così è Posizione di tiro, dell’autore Jean-Patrick Manchette, reso graficamente da Jacques Tardi (noto per l’eroina Adele Blanc-Sec, portata sul grande schermo lo scorso anno da Besson) e pubblicato in un bel formato “largo” dalla Coconino Press. Dal tratto “francese” e dal ritmo incalzante, nonostante i tanti silenzi del protagonista Martin (spietato killer, che cerca di abbandonare il mestiere per tornare dall’amata di gioventù), questa graphic novel si appoggia egregiamente su una bella storia, che ci porta, dopo un breve inizio negli Stati Uniti, in una Parigi percepibile ma davvero poco poetica. Una Parigi in cui si muovono malavitosi di vario livello, interessati a un colpo di un livello superiore, che vogliono assolutamente venga portato a termine dal nostro ormai riluttante assassino, in cui strade anonime, case anonime e alberghi sono le location dominanti, in cui il body count sale rapidamente pagina dopo pagina. Fino ad un buon finale, che giustifica il titolo dell’opera, e che rende parzialmente circolare il tutto. Completando degnamente un percorso carico di vuoto e di errori, così plausibilmente surreale da lasciare una traccia fredda nella memoria, quando prova a ritornare alle singole pagine, ai singoli eventi.

Un bel volume, da leggere se si apprezzano le storie crude e se si apprezza il tratto deciso ma graffiante di Tardi.

Webmaster: Marco Giorgini - mail: info @ marcogiorgini.com - this site is hosted on ONE.COM

Marco Giorgini [Blog] is powered by WordPress - site based on LouiseBrooks theme by Themocracy